La riduzione delle tasse, o “snellimento dello Stato” – come lo ha chiamato Berlusconi – è l’elemento centrale nelle politiche delle destre. La Destra vuole uno Stato “anoressico”, dove i più ricchi siano detassati ed i poveri senza servizi. Lo slogan “meno tasse”, infatti, potrebbe sembrare a prima vista un alleggerimento “delle tasche dei cittadini”, ma in realtà, se si applicasse fino in fondo, avrebbe come conseguenza un impoverimento della collettività in generale. Meno tasse corrisponde a meno servizi. Ciò conviene soltanto ai ricchi, che risparmiando milioni di euro dalla detassazione, ha un vantaggio nel procurarsi servizi privati, quando né di bisogno. Il peggio sarebbe per i più poveri e per la popolazione generale, che si troverebbero ad avere ulteriori limitazioni e deterioramenti della qualità dei servizi.

Questa è la ricetta per lo SVILUPPO delle destre che, con il Movimento Per l’Autonomia in Sicilia (la cosa ci ricorda altri tempi), la destra assume una nuova veste di RADICALITA’.

Siamo in presenza di una DESTRA RADICALE che rischia di condizionare il peso politico parlamentare e le forze cosiddette “centriste”, indipendentemente se vince o meno le elezioni.

Il pericolo del governo di larghe intese non è tanto quello di una politica che ingannevolmente afferma di poter moderare e mediare le posizioni di tutto l’arco parlamentare, per lo sviluppo di riforme istituzionali, quanto quello del peso che le forze conservatrici possono avere sul PD, e spingerlo su politiche di accumulazione delle ricchezze nelle mani di pochi, senza redistribuzione sociale.

Le politiche delle larghe intese sono le politiche dei poteri forti. Questo processo di condizionamento del centro è un aspetto fondamentale di questa campagna elettorale. Con i “centrismi variabili” le forze centriste si spostano a Destra o a Sinistra, a secondo della crescita di Berlusconi o della Sinistra Arcobaleno. E siccome il PD è la principale forza politica che si presenta al “centro”, l’evoluzione, a destra o a sinistra, del suo futuro, può essere determinante nelle sorti del futuro del paese.

Nelle intenzioni, Veltroni si dirige a destra: lo slogan della riduzione delle tasse è centrale anche nella campagna elettorale di Veltroni.

Ridurre le tasse significa principalmente detassare le imprese, abbassare il costo del lavoro. Se la Cina paga un operaio meno di 1 euro al giorno, la detassazione delle imprese, ci rende competitivi con la loro produzione.

Per spiegare queste cose si usano termini come “sviluppo” e “produttività”.

Veltroni e la Destra raccontano entrambi la stessa favola, con qualche variante: la destra ci parla dell’imprenditore che è costretto ad “espatriare”, ed andare all’estero, mentre Veltroni ci parla dell’imprenditore che “s’indebita con le banche e non dorme la notte” .

L’imprenditore è andato ad impiantarsi nei paesi poveri già da un pezzo.

L’attività produttiva non è più il principale strumento per fare profitti: questi, ormai, si fanno con le quotazioni dei titoli e delle imprese in Borsa.

Nella fase storica attuale,è avvenuto quello che si chiama “finanziarizzazione dell’economia”, l’attività produttiva per gli imprenditori delle multinazionali non è più un fattore di profitto principale, è secondaria. Gli investimenti nella produzione si riduce e non certo perché ci sono troppe tasse, ma per una nuova strategia industriale.

La riduzione delle tasse, allora, non può essere un punto programmatico di un Governo. E’ contro ogni logica di responsabilità.

La riduzione delle tasse è un processo che deriva fisiologicamente dall’applicazione di un sistema fiscale equo. Come in una famiglia, si stabilisce un tenore di vita tra i bisogni ed il lavoro, tra le entrate e le uscite, uno Stato può ottenere le risorse per mantenere alto il tenore di vita dei cittadini, senza il bisogno di far crescere il PIL. Basta stabilizzarlo con il debito pubblico.

Veltroni corre dietro il programma elettorale della DESTRA RADICALE.

Un punto del suo programma è quello di ridurre le tasse, facendo crescere la spesa sociale. Questo dal punto di vista economico è un paradosso irrealizzabile: la crescita della spesa sociale costa e per pagarla è necessario un sistema fiscale adeguato. A meno che – e qui c’è il trucco Veltrusconiano – la spesa sociale è parte di un mercato e serve, contrariamente alla sua finalità, ad accrescere la produttività ed i profitti delle grandi imprese.

Nel terzo punto del programma di Veltroni, si legge il proposito di “ridurre la spesa pubblica…. facendo gradualmente crescere in rapporto al PIL, la spesa sociale aumentandone la produttività e rendendola finalmente quel fattore di sviluppo e di uguaglianza che oggi ancora non è”. In termini concreti, questo significa che si “privatizza” il sistema sociale (quindi si continuano le politiche di privatizzazione attuali dello Stato Sociale che hanno portato ad un peggioramento molto grave della qualità dei servizi) e la spesa sociale diventa “fattore di sviluppo” – aggiungiamo – economico delle imprese, visto che è stato sbadatamente e opportunamente omesso.

Per rendere la spesa sociale elemento di “uguaglianza” bisogna scardinare certi meccanismi assistenzialistici, cosa che si può fare soltanto investendo sulla qualità dei servizi pubblici. Si può fare solo a patto che si aumenta la spesa sociale e la si organizza nella qualità degli ospedali pubblici, nella qualità di un sistema socio-sanitario neutrale e fondato sull’interesse della collettività, sui meccanismi di protezione sociale come il salario sociale e tutte le forme di ammortizzatori sociali utili per garantire la continuità delle risorse umane.

La lotta alla precarietà è una priorità assoluta. Lo sviluppo del lavoro, coadiuvato dal salario sociale, impedisce il ricatto dei giovani dalle imprese che tendono ad abbassare il costo del lavoro ed ostacola lo sviluppo precoce della manovalanza delle organizzazioni mafiose.

La lotta alla precarietà non è nemmeno menzionata nel programma della Destra Radicale, poiché in linea con un progetto politico di subalternità del “popolo” alla “libertà” del neo-liberismo. La radicalità delle destre, infatti, propone un modello di individuo che di fronte all’incertezze esistenziale si prostri e si sacrifichi per il bene delle ricchezze immense di banchieri, uomini d’affari, politici d’alto borgo, industriali ecc. Il Popolo delle Libertà, insomma, non parla di precarietà poiché è a favore di una libertà limitata per ciascuno.

Il PD comincia a parlare di precarietà soltanto nella fase finale della campagna elettorale, insieme ai temi della lotta alla mafia. La differenza tra ciò che dice e ciò che farà dipende da ciò che abbiamo chiamato “centrismi variabili”, dalle forza, cioè che la Sinistra Arcobaleno riuscirà a dispiegare.


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